Dopo il pastiche (“l'epopea di una sega” nel post precedente) ho scritto una manciata di poesie ma su post-it; ho capito che la poesia mi sottrae energia preziosa adesso. Le ho accartocciate, riposte nel sacco nero – nella raccolta differenziata è per rifiuti organici – e mi sono rivolto al corpo. Qui serve creatività. Un manico di scopa sorregge un secchio colmo d'acqua, nel mezzo, tra le mani chiuse ammorsate alla sbarra, le nocche rivolte al pavimento, pugni distanti quanto le spalle. Percorro l'arco fino al mento, una trentina di volte. Torno alla poltrona. E nella pausa sollevo il peso di uno Schnitzler, uno scrittore che non dimostra la sua età (eccetto rare smaccate romanticherie di fine capitolo); ci sono pagine, come volti, che non invecchiano. Mia madre per esempio, che a cinquantacinque anni non tinge i capelli, nerissimi. Trascorse una decina di pagine, ancora bicipiti. E' bene "pompare" la mente e le membra; in caso di ribellione di una parte, l'altra può mettere argine. Concluse le serie prendo ossigeno alla finestra. Il solito abbacinante Sahara. C'è soltanto un ragazzo, sostenuto a braccetto da due vecchie. Da decenni traccia lo stesso girone; è un condannato nel braccio della morte, che aspetta. Le due donne chiacchierano tra loro. L'uomo, o il ragazzo, è un corpo dinoccolato, deforme, una maschera impietrita. Malgrado le due carceriere siano così solerti, alacri, infaticabili restano due carceriere. Tolgo le briglie. Se lo accollano per Fede? Quindi è Dio il giudice; e ha condannato per una legge non scritta – perchè soltanto una totalitaria benevolenza ci è stata descritta. Dio stipendia di speranza le kapò? E' un emolumento fragile; al più è un'ipoteca. Oppure Lui è l'errore. E la malattia fisica c'imprigiona nel gulag del corpo che non è più nostro, la psicosi ci reclude nell'inconscio e butta la chiave del Sé nel profondo. Ma allora cos'è quel "ci"? Il ch'i o forza vitale, delle filosofie olistiche orientali? Una particella pronominale senza un esauriente riferimento?
Mi rivesto; il vortice di domande ha esaurito la sua importanza. Torna la contingenza. Vado in cucina: qui le fiamme del gas leccano una pentola quasi vuota. La rabbocco, dissemino il sale.
Ora la mente è satura, solo il corpo è insaziabile.
(finalmente..., basta farvi gli affari miei,
ecco un racconto in terza persona)
Il signor M. si alzò alle sette, imbalordito dal clima amichevole, dal sole che filtrava pigramente; disse tra sé: “è rinata la primavera” conquistato da un languore poetico che di rado esprimeva, la mattina soprattutto, e in estate poi.., quando il calore infernale di quell'ultimo piano lo destava, cotto a puntino, ristagnante nel sudore, tantochè nel primo dormiveglia già sognava, una doccia, cui però non poteva ottemperare con la voluta acribia e soddisfazione: l'Ufficio, un altro inferno di stagni rutilanti, lo attendeva senza l'aria condizionata o spesso senz'aria: qui, se in preda ad un attacco d'asma, infilava la testa calva nell'oblò dell'ottavo piano, inspirava coraggiosamente – nonostante le vertigini gli facessero vorticare la città e il cielo attorno, come una lavatrice.
Adesso, mentre il lavabo versava un filo d'acqua, qualcuno oltre il muro del bagno sospirava, ostinatamente e in un certo modo. La quiete mattinale di M. cominciava a sgretolarsi.
Di là dei muri si lavorava con ritmo ineludibile e crescente ad un limìo. Proprio durante la doccia del signor M. che, in un certo momento – ovvero coll'arrivo dei laceranti hallalì di libidine – vide ingrossata la sua imponente virilità; e riaffiorare alla coscienza episodi onirici, brucianti, pornografici addormentati al risveglio.
Prese in una mano la grossa bacchetta, che seguitava all'inturgidimento. Ma pensò al ritardo che tale procedura gli avrebbe causato. Vedeva l'ufficio, la scrivania di alluminio, su cui s'accosciava una donna qualunque ma bellissima, capitata nel suo girone infernale per caso, là coi capelli sciolti sulla bocca, una carne umida brunastra – e poi caldo, afa – mentre gli pareva che le molestie del vicinato volessero sfondare i muri, labili confini fra un amplesso e l'autoerotismo, allorchè gli venne in mente questa vispa quarantenne, l'inquilina dell'appartamento contiguo, incrociata in tenuta “mondana” sul pianerottolo settimane prima; e lì inquadrò il dettaglio del seno che seppure non giovanissimo non era inabissato anzi, lo vedeva ballonzolare coi versi soprani, acutissimi, pianti che grondavano dalla parete. E venne.
Ho incontrato gli occhi chiusi di un nero disteso su una panchina che dormiva nel sole infame del mezzogiorno, spelacchiato e con le orecchie affilate, stretto fra le guance ruvide, una ciabatta gualcita infilata in un piede ridicolo (tanto era setoloso e irregolare) poi il braccio smagrito a penzoloni, le cui dita allacciate alla maniglia di un borsone le ho viste radici seccate.
C'erano altre panchine vuote attorno alla giostra, che è una costruzione stabile; senza mai bambini.
L'ho sempre vista immobile.
Sono passato con una bottiglia di frizzante sulle labbra, e mentre baciavo l'acqua mi si dirupava addosso l'arsura, le dune, la radiosa desolazione.