Malironico



"(...) avrebbe voluto essere tutt'altro, sdegnato, pieno di rancore, pieno di inestinguibile odio; e soffriva invece di essere a tal punto indifferente." A. Moravia, Gli indifferenti.
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venerdì, 03 agosto 2007

Il corpo, la mente

Dopo il pastiche (“l'epopea di una sega” nel post precedente) ho scritto una manciata di poesie ma su post-it; ho capito che la poesia mi sottrae energia preziosa adesso. Le ho accartocciate, riposte nel sacco nero nella raccolta differenziata è per rifiuti organici e mi sono rivolto al corpo. Qui serve creatività. Un manico di scopa sorregge un secchio colmo d'acqua, nel mezzo, tra le mani chiuse ammorsate alla sbarra, le nocche rivolte al pavimento, pugni distanti quanto le spalle. Percorro l'arco fino al mento, una trentina di volte. Torno alla poltrona. E nella pausa sollevo il peso di uno Schnitzler, uno scrittore che non dimostra la sua età (eccetto rare smaccate romanticherie di fine capitolo); ci sono pagine, come volti, che non invecchiano. Mia madre per esempio, che a cinquantacinque anni non tinge i capelli, nerissimi. Trascorse una decina di pagine, ancora bicipiti. E' bene "pompare" la mente e le membra; in caso di ribellione di una parte, l'altra può mettere argine. Concluse le serie prendo ossigeno alla finestra. Il solito abbacinante Sahara. C'è soltanto un ragazzo, sostenuto a braccetto da due vecchie. Da decenni traccia lo stesso girone; è un condannato nel braccio della morte, che aspetta. Le due donne chiacchierano tra loro. L'uomo, o il ragazzo, è un corpo dinoccolato, deforme, una maschera impietrita. Malgrado le due carceriere siano così solerti, alacri, infaticabili restano due carceriere. Tolgo le briglie. Se lo accollano per Fede? Quindi è Dio il giudice; e ha condannato per una legge non scritta perchè soltanto una totalitaria benevolenza ci è stata descritta. Dio stipendia di speranza le kapò? E' un emolumento fragile; al più è un'ipoteca. Oppure Lui è l'errore. E la malattia fisica c'imprigiona nel gulag del corpo che non è più nostro, la psicosi ci reclude nell'inconscio e butta la chiave del Sé nel profondo. Ma allora cos'è quel "ci"? Il ch'i o forza vitale, delle filosofie olistiche orientali? Una particella pronominale senza un esauriente riferimento?
Mi rivesto; il vortice di domande ha esaurito la sua importanza. Torna la contingenza. Vado in cucina: qui le fiamme del gas leccano una pentola quasi vuota. La rabbocco, dissemino il sale.
Ora la mente è satura, solo il corpo è insaziabile.


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mercoledì, 01 agosto 2007

racconto. confini tra un amplesso e l'autoerotismo

(finalmente..., basta farvi gli affari miei,
ecco un racconto in terza persona)



Il signor M. si alzò alle sette, imbalordito dal clima amichevole, dal sole che filtrava pigramente; disse tra sé: “è rinata la primavera” conquistato da un languore poetico che di rado esprimeva, la mattina soprattutto, e in estate poi.., quando il calore infernale di quell'ultimo piano lo destava, cotto a puntino, ristagnante nel sudore, tantochè nel primo dormiveglia già sognava, una doccia, cui però non poteva ottemperare con la voluta acribia e soddisfazione: l'Ufficio, un altro inferno di stagni rutilanti, lo attendeva senza l'aria condizionata o spesso senz'aria: qui, se in preda ad un attacco d'asma, infilava la testa calva nell'oblò dell'ottavo piano, inspirava coraggiosamente nonostante le vertigini gli facessero vorticare la città e il cielo attorno, come una lavatrice.
Adesso, mentre il lavabo versava un filo d'acqua, qualcuno oltre il muro del bagno sospirava, ostinatamente e in un certo modo. La quiete mattinale di M. cominciava a sgretolarsi.
Di là dei muri si lavorava con ritmo ineludibile e crescente ad un limìo. Proprio durante la doccia del signor M. che, in un certo momento ovvero coll'arrivo dei laceranti hallalì di libidine vide ingrossata la sua imponente virilità; e riaffiorare alla coscienza episodi onirici, brucianti, pornografici addormentati al risveglio.
Prese in una mano la grossa bacchetta, che seguitava all'inturgidimento. Ma pensò al ritardo che tale procedura gli avrebbe causato. Vedeva l'ufficio, la scrivania di alluminio, su cui s'accosciava una donna qualunque ma bellissima, capitata nel suo girone infernale per caso, là coi capelli sciolti sulla bocca, una carne umida brunastra  e poi caldo, afa – mentre gli pareva che le molestie del vicinato volessero sfondare i muri, labili confini fra un amplesso e l'autoerotismo, allorchè gli venne in mente questa vispa quarantenne, l'inquilina dell'appartamento contiguo, incrociata in tenuta “mondana” sul pianerottolo settimane prima; e lì inquadrò il dettaglio del seno che seppure non giovanissimo non era inabissato anzi, lo vedeva ballonzolare coi versi soprani, acutissimi, pianti che grondavano dalla parete. E venne.



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lunedì, 30 luglio 2007

Domenica nel giorno del signore

 
Ieri, giornata vuota.
Ho mangiato coi parenti stretti, in un ristorante sulla circonvallazione. Lo scopo era festeggiare qualcosa.
C'era l'aria condizionata, e ad altri tavoli coppie immusonite, famiglie posate e bambini educatissimi. Il cameriere era zelante e autoritario. Sulla quarantina, con qualche rada d'alopecia in cima al cranio, occhioceruleo, zigomi e mascella pronunciati.
Abbiamo ordinato un mucchio di cose, il cameriere scherzava con noi. Tutto era stucchevole.
Ma più a fondo, sotto la superficie della ragione, c'è il malironico. Ho rivisto tutti i consanguinei, dopo sei mesi circa di silenzio. E non un silenzio risentito. Solo silenzio.
Ho pensato, per contingenza, che avrei potuto chiedere per il lavoro. Come cameriere. Ed eccomi servire ai tavoli, ballando un tango, dispensando smorfie gentili. Signora, ben cotta? Ah spiacente. Bisogna dirlo in cucina. Espettorando in qualche piatto, ti sani il fegato.
Sono uscito al sole, a pretendere un po' d'aria tra primo e secondo. Ma l'afa strozzava. La vista era slavata. La strada oscillante e tremula, come per un effetto da b-movie. Presente quando il pistolero di turno si disidrata nel deserto?
Ripercorrendo il dedalo dei tavoli, rivedo la zazzera nello specchio. Più sconquassato di così: le onde della capigliatura sono una tempesta immobile. Ero appena sveglio quando sono entrato nel ristorante, elemento stridente nel lusso.
Poi usciamo, allegri e lenti, corteo che segue un feretro invisibile. Ci salutiamo con calore, nell'afa opposto del detto: piove sul bagnato.
Riprendo la via del deserto, ma niente pistole.
E non mi viene un che di eroico, o di cattivo.

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giovedì, 26 luglio 2007

Istantanea dal deserto meneghino


Ho incontrato gli occhi chiusi di un nero disteso su una panchina che dormiva nel sole infame del mezzogiorno, spelacchiato e con le orecchie affilate, stretto fra le guance ruvide, una ciabatta gualcita infilata in un piede ridicolo (tanto era setoloso e irregolare) poi il braccio smagrito a penzoloni, le cui dita allacciate alla maniglia di un borsone le ho viste radici seccate.
C'erano altre panchine vuote attorno alla giostra, che è una costruzione stabile; senza mai bambini.
L'ho sempre vista immobile.

Sono passato con una bottiglia di frizzante sulle labbra, e mentre baciavo l'acqua mi si dirupava addosso l'arsura, le dune, la radiosa desolazione.

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martedì, 24 luglio 2007

Aggiornamenti inutili

Esercizi; pettorali, spalle, infine il lavacro d'una doccia.
E poi fuori, nel sole, un libro in tasca.
Devo andare nella suburra con il tram.
Pregusto il tepore infernale dei primi dieci minuti, quando la pelle è ancora fresca; rido dell'odissea nervosa delle sette.
L'ultima volta che sono stato dove sto recandomi, ho atteso mezzora il tram su una banchina incandescente, coi grilli del segnalatore per non vedenti del semaforo che festeggiavano, e in questa assurda grillaia, stretto nel cilicio dell'asfalto cocente, mi son detto: mon dieu, qui non tornerò per nulla al mondo.
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martedì, 24 luglio 2007

La noia carnale

 

Sono arrivato in ritardo, ho visto che il groviglio dei corpi era cominciato. Giacomo ha aperto ed è corso via, nudo e scalmanato. Sono andato in cucina, ho spalancato il frigo. Ho trovato le lattine schierate ordinate, una vodka alla fragola (che ha rievocato un agro disgusto), e ovviamente niente acqua. Sarei morto di sete. Dall'altra stanza propaggini sonore soffocate, un furore espresso, invogliava a partecipare. Non sono stato mai nell'orgia. Ripenso la parola, l'onda sonora che evoca: la r scivola in g, nella gola (un ruggito zuccherino, se pronunciata a bisbigli come Cate sa) e bevo stretto al rubinetto, col battito del cuore che si arrampica alle tempie.
Appagata la sete stappo una Heineken. So che Giacomo per i baccanali compra roba scadente: “se il beveraggio è pessimo si raziona, e la festa va avanti come un treno!”. Ne bevo metà, lascio la bottiglia sul tavolo. Fa compagnia a un tagliere, del salame, un coltello lurido. Sulla sedia c'è una maglietta stropicciata e tra le pieghe una scatola di preservativi, sigillata.
Il padrone di casa è un imprudente. Giacomo misconosce le malattie veneree. Il bello è che incita gli amici a far lo stesso. E' una delle ragioni per cui non ho partecipato attivamente. Ma insiste, chiama, richiama, racconta i dettagli e per comprovarli spedisce le registrazioni via posta elettronica. Difatti nella serata, specie durante le "pause fisiologiche", estrae una videocamera da un casseto e corre per la sala ridacchiando, con l'arma puntata sugli invitati, pochi dei quali si rendono conto di finire archiviati in un computer, o peggio su Internet.
Mi affaccio. Ecco Cate: è sul divano, c'è un uomo calvo e smagrito su di lei. Uno nuovo, che chissà da dove arriva. Andrea sta provando a infilarsi tra i due, con puerile, sconcia timidezza. Mentre nella stanza si muovono altre sei persone, di cui due ragazze, oltre alla superba, l'amica Cate.
In fondo alla camera, dopo i divani, c'è Roberto. E' vestito, siede a gambe incrociate, tra i palmi tiene un joystick della playstation, che proietta sul televisore un campo da calcio, dei giocatori... ha una spalla poggiata alla libreria (un mobile alto e sontuoso, ordinatissimo e denso di libri). Roberto è il fratello minore di Giacomo. Gli vado incontro, con le mani in tasca:
Come va?
Al solito.
Indispettito piega lo sguardo, per dirigerlo io mi volto di scatto sulla schiena flessuosa abbronzata di Cate che siede... su Andrea o lo sconosciuto?, nascosti entrambi dallo schienale di pelle. Agita i capelli biondi, serici, lunghi fino alle scapole. Dico:
Non vai?
Non mi va, e tu.
Passavo per un saluto.
(Ride). Un saluto, certo.
E' che non riuscivo a dormire. Abito a due passi, lo sai.
Ma perchè non ti butti?
Lo osservo: il quattordicenne si prodiga in incoraggiamenti al quasi trent'enne. Guardo le pupille slavate dietro le lenti acquose. Porta un sorriso magro e attillato, come un vestito rubato. Gli dico:
Mi fa tristezza.
Hai paura?
Neanche per idea.
Gli sto dicendo la verità. La paura delle malattie veneree è soverchiata da una tristezza incontrollabile, ogni volta che mi trovo nella scena.
Tutto il sesso del mondo contiene un po' d'amore.
Siamo tutti amici, no?
L'amicizia non c'entra, non esiste, l'amore a confronto è un ciclope.
Poi mi rendo conto, l'interlocutore è un adolescente, cresciuto con un fratello matto sui generis. So che Giacomo e Roberto sono orfani. Che ne capiscono dell'amore? Ma so perfettamente, non è così. E' che sono arrabbiato, la mia virilità è arrabbiata?
Giacomo è una persona “umana”, oltrechè “homo humanus”, neolaureato in lettere, colto, promettente. Umano è il complimento più intenso che posso rivolgere a una persona, ad un amico.
Be', ti lascio giocare.
Il televisore brilla negli occhiali di Roberto. Il vuoto nel vuoto? Saluta con un dito.
Cammino, do uno sguardo intorno, con le mani in tasca. Fa caldo, non respiro. Vedo Giacomo nel groviglio. Non posso più salutarlo. Cate ha per me un'occhiata significativa, un riso tra dolore e sorpresa. Ha gli occhi serrati, la bocca è spalancata, i denti bianchi.
Decido, la mano aperta sul mento. Torno a casa con la mezza Heineken. Che è rimasta sul tavolo in cucina. E mi taglio una fetta di salame, spessa.
Faccio cigolare l'ingresso, come un letto, gli ansiti già ci sono.
Sul pianerottolo aspetto il tonfo dell'ascensore. Arriva, come un evento ineluttabile.
Nel cortile nero niente luna. Sono le quattro e pochi minuti. Niente stelle, niente, di niente.
Addento la fetta di salame, ingollo l'ultimo sorso di birra. Attraverso di fretta la via. Un taxi frusta il sonno con gli abbaglianti, scompare. Come è intimo il buio.



 

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lunedì, 23 luglio 2007

L'inizio

 
Sono arrivato a star bene, o male; finalmente. Sono passate notti tranquille, di sogni tranquilli, notti buone.
E' ora del sentimento, il malironico. Perciò luminosa solitudine, disamorata sicurezza, male oscuro che si fonde con la notte causandomi dipendenza dalle parole (salda letteratura e anima).
Le sbronze, le donne? Certamente; il malironico sorseggia ogni piacere.
Il sole? In spiaggia, perchè no, se si riescono a trovare i contanti.
 
Ma è necessario scrivere: con i Rayban che impiccano gli occhi, rivolti alla strada, seduto a un tavolino, il bar è vuoto eccetto un televisore (più vuoto di così), in mano un bicchiere appannato, il volto scabro e sudato, una piazza davanti che frigge stupidi uccelli, sperticate ragazze scandinave in cerca di stupidi uccelli.
 
Malironicamente, sorseggiando whisky&cola.

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preda del Malironico: ironia e malinconia sono le uniche guide nel carnaio della gioia vitale.


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